Attività Economiche

Bagolino oggi

I tempi andati, trascorsi nel segno della povertà, costrinsero i meno fortunati, o i più intraprendenti, ad emigrare. Tale fenomeno si ripeté anche nell'immediato dopoguerra ed ancora negli anni sessanta-settanta.

Se parte della popolazione locale ha dovuto lasciare Bagolino in cerca di un lavoro stabile a Lumezzane, Brescia, Valtrompia, bassa bresciana o in Francia, Austria, Svizzera, oggi il paese sembra tornato alla stabilità demografica.

L'intera Valle è partecipe al processo di rinnovamento socioeconomico. Sono migliorati gli scambi ed i collegamenti fra paesi, si creano nuovi posti di lavoro, si potenzia il servizio sanitario e l'istruzione scolastica; quest'ultima trova in Idro ed in Vestone la sua espressione con l'istituirsi di scuole medie superiori e di corsi professionali.

Si aprono nuove attività industriali, agricole e turistiche. Il turismo, valorizzando il ricco patrimonio ambientale, potrà rappresentare l'alternativa alle attività produttive e industriali. Potrà dare impulso vitale a questo paese che la natura ha dotato di splendide montagne, di limpide acque e di aria salubre. Bagolino rompendo il suo isolamento si trova oggi a collaborare ed integrarsi con piani di sviluppo economico che coinvolgono le altre Valli. Può continuare a crescere ed a rappresentare un porto sicuro per i suoi abitanti.


Profilo Storico

Industria del ferro
Si pensa che gli abitanti di Bagolino si dedicassero alla lavorazione del ferro prima della conquista romana. t certo che al principio del secolo decimo quarto questa attività era in pieno sviluppo. Incerte tradizioni accennano che nella Valle del Caffaro vi fossero alcuni filoni di siderite ed ematite. Da testimonianze più attendibili si sa che i bagossi per poter far funzionare ì loro forni fusori, tra i primi della Valle Sabbia, devono recarsi in quel di Bovegno e Collio, ricchi di miniere. Da lì, il materiale ferroso viene trasportato in paese attraverso il Maniva a dorso di mulo, oppure in spalle se è estate; in inverno il trasporto si fa con delle slitte dette "tragle".
Il Buccio, nostro concittadino, ricorda così questo andirivieni dì uomini ed animali: "... qual spettacolo il vedere truppe d'uomini carichi gli omeri di pesante ordigno salire l'erto della greve montagna della Maniva, poi con pesantissimo carico minerale non diremo discendere a bel agio, ma precipitarsi abbasso a dove alla salita occorrono tre ore a più vegeti non bastano, pochi momenti replico alla discesa... Vero è bensì che ad un tal mestiere non occorre cimentarsi adulti, ma necessario si rende, che da teneri anni vi si assuefaccia per rendersi in tal guisa famigliare il pericolo e la fatica…”

1 forni sono di proprietà comunale e possono essere posti all'incanto (affitto); il Comune ricava da questi forni 60 scudi al dì. Dal Catastico Da Lezze del 1610 è risaputo che allora a Bagolino ì forni erano due e che ognuno consumava 30 sacchi di carbone al giorno (28 q.li) e che ogni forno produceva 196 pesi di ferro pro die.

Nei secoli scorsi, che vedono l'intera provincia in gravi condizioni di difficoltà economica, in presenza di continue guerre e terribili carestie, il faticoso lavoro del ferro riesce ad occupare un certo numero di persone.
1 Maestri del ferro, con incarichi di responsabilità, sono pagati con un ducato al giorno.
I focinatori con i carbonai, i braschini, ragazzi di fatica che trasportavano il carbone, i taglialegna, i chiodaroli, i pestaloppe, addetti al trasporto del minerale ferroso, i mulattieri e molti altri che, da Bovegno e Collio, devono trasportare il materiale ferroso in paese, vengono pagati con due berlingotti al giorno.
La conduzione dei forni è affidata ai Maestri del ferro che fanno il lavoro con grande perizia tanto che vengono richiesti, per la loro esperienza, anche da altri paesi. Alcuni maestri finivano per lasciare Bagolino attratti da promesse di "grossi' guadagni, altri rimanevano soddisfatti della loro "arte", affidata anche alla particolare qualità di carbone che veniva usato in Bagolino per la fusione dell'acciaio.
La particolarità dell'acciaio pare dovuta al carbone "dolce" ricavato da legno di pino e di larice che viene usato nei forni di cottura.
Gli "azzali" (acciai) durante la dominazione veneta sono tenuti in buona considerazione tanto che il Doge Foscari li elogia, con patente dei 12 gennaio 1429, come i "meliora azalibus aliarum vallium "
L'acciaio di Bagolino è contraddistinto da un marchio depositato ad evitare contraffazioni ed ha maggior prezzo, se la qualità dei "pezzi" prodotti è ottima.

Per assicurare il buon andamento dell'attività lavorativa gli Statuti prevedono precise disposizioni e sanzioni tra le quali:
la pena di 5 planeti a chi "... abbia ardir di levar fuori del suo vaso il Caffaro o Caffrionelo dal cingolo di Nadre fin al Ponte di Romanterra... " (cap. LXXX parte quarta);
la pena di 25 pianeti a chi ".. abbia ardir di butar ferro minuto nelli Canicchi delli forni... ne mover l'acqua sopra li canali... ne metter brasche.. ne carboni... sopra le barche di detti forni"
(cap. LXXXII parte quarta);
la pena di 1. 10 e la privazione "... per anni cinque di poter far ferro nelli forni ne lui ne altri in suo nome e la pena vada metà l'accusatore e l'altra al Comune" a chi avesse esercitato l'arte di '”far Ferro" con dei Forestieri".
(cap. LXXXI parte quarta).

A Bagolino le famiglie che si dedicano in particolar modo a questa "industria" sono:
I Franzoni: noti a Bergamo ed a Verona. Ad essi i Principi Madruzzo di Trento affidano importanti ordinazioni.
I Benini che riescono ad ottenere dal Consiglio delle Pregadi, nel 1434, il permesso di scavare “aurum et argentum et coetera metalla". Conseguono inoltre che nessuno possa scavare ed aprire nuove miniere se non a un miglio dalla loro.
Le famiglie dei Versa Dalumi e quella dei Gogella.

La Repubblica dì Venezia per sostenere l'attività del ferro concede speciali privilegi, ne ricordiamo due:
2 ottobre 1462, il ferro condotto a Gavardo viene esentato da dazio;
9 aprile 1471, il ferro della valle è sgravato delle decime.

Gli "azzali" di Bagolino sono noti ed apprezzati non soltanto nel lombardo-veneto ma anche a Firenze, Torino, Senigallia e nel parmigiano.
Il Catastico del 1609 conta tra le buone officine quelle di Nave e di Caino, alimentate con l'acciaio di Bagolino.
Il Podestà di Bergamo P. Sanudo, nel 1539, riferisce a Venezia, che le armi prodotte a Bagolino, Valtrompia, Valcamonica e Gromo sono di buona qualità e vengono esportate in ogni parte del mondo per un totale di 338.000 pesi di ferro.
I Conti di Lodrone si interessano a questa attività. Nel 1519 il Conte Sigismondo prova a riattivare, in concorrenza con Bagolino, un forno in località Anfo.
Per trasportare il materiale dalla Valtrompia, non potendo passare da Bagolino, il Conte fa aprire una strada che da Collio gli permette di raggiungere il lago d'Idro (Maniva - Lavenone - Anfo). Il Comune di Bagolino, ritenendosi gravemente danneggiato nei suoi interessi, riesce a far chiudere la strada grazie all'intervento della repubblica di Venezia (6 novembre 1560).
Finisce la millenaria arte del ferro
In Valsabbia, verso il diciassettesimo secolo, ci sono 12 "bassi forni" di cui 2 a Bagolino e uno in Gaver. Quest'ultimo in verità è soltanto una "regana" cioè una fornace dove viene "arrostita" la vena prima di essere portata ai forni fusori del paese.
Il commercio del ferro continua a procurare lavoro ai bagolinesi. La concorrenza del diciannovesimo secolo, dovuta al progresso industriale, decreta la fine di quest'arte che ancora nel 1700 contava un forno fusore, 14 commercianti in ferro dei quali alcuni in ferro "crudo" e 8 ruote di maglio.
L'alto forno di Bagolino ultimo superstite della Valle Sabbia, si spegne l'8 novembre 1906 travolto da una piena dei fiume Caffaro.

Commercio del legname
Oltre l'industria del ferro, favorita dall'abbondanza delle acque e dei boschi, il Comune di Bagolino, che nel 1600 ospitava 3500 persone, pratica il commercio e la lavorazione del legno, regolati da rigide norme contenute negli Statuti.
Il cap. LXXXIV, recita testualmente:
“Alcuno terriero, non abbia ardire di vendere, nè mandare, ne alcun forestiero, o forestieri di comperare, nè condur fuori della Terra, e Territorio di Bagolino legname di Paghera, e Larice lavorato, sotto pena a cadaun contrafaciente di lire cinquanta plan., e per cadauna volta, la metà della qual pena sia dell'accusatore, l'altra metà del Comune e ciò s'intenda anco per cadaun capo di legname".

Il Comune proibisce il pascolo nei boschi comunali ai suoi e ai condividenti di Presegno e Anfo, a quattro anni dal taglio, per permettere alle nuove piante di crescere.
Gli Statuti contengono anche speciali regole per le "rèsèghe" (segherie) che funzionavano in paese.
Bagolino era ricca di estensioni boschive. Per averne idea basta pensare che prima del 1830, anno nel quale una terribile tempesta schiantò diciottomila abeti, c'era una valletta che per la densità delle piante era chiamata Val Scura.
Il versante del Maniva prospiciente il Caffaro era coperto da una grande abetaia così fitta e tenebrosa, da rendere difficile il cammino.

Verso la seconda metà del diciannovesimo secolo i boschi e le selve di Bagolino cominciano a diradare per opera dell'uomo. Le mutate condizioni economiche favoriscono da una parte i pascoli. E’ preferibile disboscare e stendere un manto erboso; d'altro canto si è incoraggiati a realizzare immediatamente un capitale con il taglio del ceduo, che serve per legna e carbone, anziché attendere a lungo tronchi da vendere.

La produzione del carbone di legna può contare su un buon numero di carbonai che per ben sei-sette mesi l'anno lasciano il paese e si ritirano sui monti. In baracche di fortuna e condizioni disagiate producono il carbone.
Dopo il 1872 con la crisi del ferro nelle valli scompaiono molte fucine ed alcuni forni. Le legne ed il carbone vengono a perdere d'importanza; non è più necessario tagliare tanti alberi che cominciano a ricrescere in buona misura.
I bagolinesi davano grande rilievo e cure a questa secolare attività che unitamente a quella dei ferro li aiutava a vivere; si pensi che ancora nel 1870, lungo il corso del Caffaro, funzionavano 18 segherie che, per la facile reperibilità della materia prima, potevano fornire al paese un buon supporto economico.

Il marmo
Nelle cronache del secolo decimo ottavo si ritrovano accenni riguardo al marmo bianco saccaroide di Bagolino che si vuole competitivo a quello di Carrara e di Botticino. A Bagolino questa attività non ha dato luogo a nessuna industria di rilievo.

Pastorizia
Nella Provincia di Brescia l'attività dei pascolo di ovini e porci è molto antica. Con la conquista romana i pastori delle nostre valli, sino ad allora rimasti relegati sui monti, cominciano a scendere al piano con piccoli greggi, non più di cento capi per evitare contagi e stragi, e i caprai, come canta Catullo, entrano nelle città a mungere il latte.

Da Strabone si ha notizia che sulle Alpi vivono buoi e cavalli selvatici e da Plinio Seniore si sa che il bestiame alpino, pur piccolo, da molto latte.

Per capire le fatiche e i pericoli di chi è dedito a questa occupazione basta pensare alle numerose, e sanguinose lotte, che vengono fatte tra paesi confinanti per il possesso di pascoli. Si ricorda quella cruenta avvenuta nel quattordicesimo secolo, tra la comunità di Bagolino e quella di Collio, per i terreni di Stablo-Plas che restarono a Bagolino.
Altra triste vicenda, per questioni di confine, è quella della montagna di Baremone, venduta dai bagossi a quelli di Anfo il 7 febbraio 1429, che richiede l'intervento di Papa Giulio III per essere appianata.
In paese molte famiglie possiedono animali che durante l'estate vengono portati all'alpeggio. Si fanno malghe comuni anche con paesi confinanti, da dove è vietato scendere a valle con le bestie sino al cambio di stagione.
Gli animali che restano in paese, generalmente pecore e capre, vengono affidati a caprai che ogni giorno li portano al pascolo per riconsegnarli, a sera, ai proprietari.
Ciò avveniva nella località ora chiamata via Chiusure che allora era prato.
I pascoli valsabbini sono meta di mandriani bresciani, bergamaschi e mantovani che pagano i tributi al Comune per l'uso dell'alpe.
Durante la dominazione veneta il Comune riesce ad ottenere il privilegio di non far pagare il dazio per le bestie (alla Rocca d'Anfo) se il bestiame va in pastura a Bagolino.
Per l'uso dei pascoli il Comune riceve i suoi canoni il giorno di S. Giacomo (25 luglio), mentre i prati sono "gazati" (riservati) sino a S. Michele (29 settembre). I prati bassi detti "curcc" vengono tagliati due volte l'anno in giugno ed in settembre, per l'approvvigionamento del fieno invernale.
Con l'unificazione del Regno d'Italia i pascoli diventano di proprietà comunale e affittati annualmente dietro pagamento di un canone; qualora il locatario non paghi il canone per due anni consecutivi è previsto che i terreni tornino al Comune e siano rimessi in uso.
I terreni comunali possono essere riscattati dietro pagamento di congrua somma, affrancando il "canone livellatorio".
Anche chi desidera permutare o vendere i terreni è soggetto a versare al Comune il "canone livellatorio”'.

Gli ovini
Ai primi dell'ottocento, oltre le capre ed altri animali, a Bagolino si contano 2000 mucche e 700 pecore. Sotto il governo veneto la raccolta di escrementi ovini assume importanza militare poiché, dalla loro fermentazione, si ottiene il salnitro che viene usato per la fabbricazione di polvere pirica. Ogni comune soggetto a Venezia deve avere il "tezzone". Anche Bagolino ha le sue "teze " o "tezzoni ", dove vengono stabulate le pecore e le capre, di passaggio o permanenti, per la raccolta dello sterco da consegnare per fabbricare polvere da sparo.

L'allevamento delle pecore da modo ai bagossi di farsi notare tra i bresciani come fabbricanti di 9 “miccia" a corda cotta, usata per moschettoni, archibugi e cannoni. La lana delle pecore viene raccolta ed utilizzata nelle due fabbriche del paese. Si produce un panno detto lagnolo che a Bagolino sostituisce il cotone.
Scrive il Cocchetti: “Di panno finivansi cinque mila pezze all'anno; e 60 anni prima quando non introdotto il dazio che rovinò quella industria, ne produceva da 10 a 12 mila pezze, di 60 braccia l'una".

Il mercato di Pian d'Oneda
Per favorire pastorizia e scambi del bestiame in territorio bresciano il Consiglio della Valle Sabbia ottiene, nel 1785, il beneplacito dal Senato veneto per tenere in Bagolino, località Pian d'Oneda, un mercato di bestiame "cavallino" e bovino. Ciò ad evitare il contrabbando allora assai praticato, e per incrementare i rapporti commerciali con i paesi vicini. Il mercato che avviene il 20-21-22 di ogni mese e oggetto di precise disposizioni: l'esenzione da ogni dazio; libera condotta dei bresciani; il dazio di 1 ducato per tutte quelle bestie che, non andando al mercato, passassero in quei giorni per il Pian d'Oneda. Durante i giorni di mercato il calmiere era fissato a:

  • 4 per i vitelli
  • 1 per i muli
  • 0,6 per le pecore
  • 0,30 per i porci
  • 4,4 per i bovini
  • 3 per le vacche
  • 1 per i cavalli
  • 0,20 per gli asini

Agricoltura
Per integrare i magri proventi gli abitanti di Bagolino si dedicano al lavoro dei campi e alla raccolta di noci, castagne, patate, rape e lumache che, per povertà dei tempi, è regolata da severe norme degli Statuti. Ad esempio:
cap. LXXVIII (parte quarta): "Quelli che vanno catando lumaghe, con vacini, o altri istrumenti, nelle possessioni di particolari, siano condannati per ogni volta, e persona in lire cinque plan, e rifar il danno in doppio, e ogni uno possa accusar con il suo giuramento, e sia tenuto secreto, e guadagni la metà della pena".
Il cap. V (parte quarta): "Chi torrà Ravizze (rape) i nell'altrui campi cada in pena di soldi due per persona, e per ogni volta. Chi caverà rave cada in pena di soldi dieci se sarà di giorno. Di notte 1. 3 sol. Din”.

I terreni di Pian d'Oneda
A valle dei paese i terreni del Pian d'Oneda, gli unici che possono essere agevolmente coltivati, sono utilizzati per seminare frumento, orzo, granoturco, patate, fagioli, verza; si coltiva anche la vite. Non si capisce come alcuni testi diano per certa l'introduzione della vite, nel Piano, solo verso il 1643.
Il di Rosa osserva nelle sue ricerche che già i romani trovarono la vite nell'antica Rezia, terra che comprendeva anche il trentino, e che le viti venivano annodate a mo' di festoni a ontani, pioppi, olmi, frassini e aceri.
L'uva viene coltivata sino ai primi anni del novecento quando la produzione comincia a farsi avara per via della fillossera che infesta le viti.

Caccia e pesca
Le cronache del sedicesimo-diciassettesimo secolo scrivono che sui monti delle nostre valli si cacciavano cinghiali, stambecchi, lepri, lupi, volpi, orsi, martore, marmotte, ghiri, daini, cervi e galli cedroni.

Prima del dominio veneto che rende libera la caccia e la pesca, le due attività sono riservate ai feudatari che si arrogano il diritto. Sviluppatasi la democrazia ed aboliti i privilegi feudali anche i valligiani possono tornare a cacciare sui loro monti.
Per l'aumento dei "cacciatori", e del disboscamento, gli animali feroci scompaiono e la selvaggina diminuisce.
Anche ai pesci è riservata la stessa sorte. Gli Statuti locali come quelli della Val di Sabio, per ripopolare le acque, proibiscono la pesca ai forestieri e vietano l'uso di calce per catturare pesci. "Alcuno non abbia ardir di dar Calcina a Pesci nel Caffaro, o altri fiumi sotto pena di lire cinque plan per cadauna persona, per cadauna volta, nè pescar nel lago di Vaia, senza licenza dell'incantator in pena di lire dieci PL a forestieri, e cinque a terrieri, tante volte quante contraffacessero 7. Seguono fino ai giorni nostri numerose leggi per la salvaguardia della pesca.
A Bagolino si pesca nel lago di Vaia (1910 mt.); nelle sue fredde acque viene presa una trota prelibata detta "rosata" che, con la trota bianca e la nera, pescate nelle acque correnti e negli altri laghi bresciani, costituisce una preziosa fonte alimentare.

Rendite Comunali
Il Comune dispone di varie "entrate" grazie alle quali è in grado di provvedere ai bisogni della comunità.
Tra le sue rendite ci sono:
Malghe comunali.
Erbatici montuosi e pascolivi che, alcuni annualmente ed altri ogni quinquennio, vengono ceduti con asta pubblica.
Legnami, boschi e paghere.
Forni del ferro.
li comune è proprietario di questi forni che affitta all'incanto ricavandone un reddito di 60 scudi pro die.
Osterie.
La conduzione delle Osterie viene assegnata mediante asta. li vino e i generi di prima necessità sono venduti a prezzo calmierato mentre severe disposizioni comunali ne vietano l'esportazione. L'Osteria serve inoltre come luogo di ritrovo per contratti e compravendite; ì contratti, che secondo l'uso, sono "benedetti col vino" sì devono ritenere validi.
Nell'Osteria sono vietati i giochi di dadi e di carte, altri vengono permessi purché la vincita sia solo vino; l'oste non può ricevere alcuna "mancia".
L'incanto per pesca di trote nel lago di Vaia.
Forni del pane.
Con le rendite ottenute dai beni pubblici, il Comune provvede a pagare i dipendenti tra i quali si ricordano:
1 Consoli, i Sindaci, i Cancellieri, i Consiglieri, il Parroco, i Confessori, i Predicatori, i Cappellani, il Medico, lo Speziale, i Custodi dei confini, i Campanari, i Sottradori de morti, i Mugnai, i Molinari, i Massari del forno, i Lavoranti del forno, l'Agente della casa che il Comune tiene in Borgo Pile a Brescia che viene utilizzata come deposito. Qui la gente del paese poteva fermarsi a dormire quando era in città.

Il Comune provvede alla conservazione delle opere pubbliche, delle chiese, delle strade, dei ponti e ad altre spese occasionali; inoltre in presenza di difficoltà economiche aiuta i disoccupati procurando loro lavoro.
Durante l'inverno molti uomini trovano lavoro come spalatori di neve e tagliatori di slavine; il Comune mette a disposizione delle famiglie più povere una, o due quarte di miglio.

Le spese per i Funerali vengono assunte dal Comune:"... La Vicinia ordinava che ogni defunto dovesse essere sepolto col concorso del popolo e del clero indipendentemente dalla sua condizione e dai suoi meriti ed inoltre con seguito di tutte le confraternite e con centinaia di lumi accesi... ".

Il Bilancio economico fatto da un pubblico perito del diciassettesimo secolo (Corbellini) informa che le entrate comunali si aggirano intorno a L. 32.000 annue mentre le uscite ammontano a L. 27.000 circa.

Dazi e calmieri
Durante la dominazione veneta il "buon governo" della Serenissima contribuisce ad aggravare i disagi economici della comunità bagossa. I dazi, su carne e sale, il calmiere su farina, miglio, frumento e vino che la repubblica impone sui generi di prima necessità, finiscono per provocare un danno economico non indifferente.
Tante famiglie che avrebbero potuto trarre sostentamento dalle vendite private di latticini e legna, si vedono negare una fonte di guadagno. Solamente verso il 1763, per arginare la grande miseria provocata dalla carestia, il governo si decide ad eliminare alcuni dazi. L'alimentazione povera, costituita principalmente dalla polenta e la proibizione ai privati di vendita di altri generi, provoca il diffondersi della pellagra.
A tal proposito Ugo Vaglia scrive: " ... il popolo oppresso dai debiti e dalle malattie riponeva la sua fiducia nel Doge e con frequenti istanze ne invocava le grazie... mentre le risorse naturali avrebbero potuto trovare il necessario completamento al benessere economico dell'industria se fosse stato liberato dai dazi che la ricchezza non dipende dall'abbondanza dell'oro e dell'argento che una società possiede ma consiste nella somma dei beni godibili a immediata disposizione degli uomini in fondo a cui sta la terra ...

Carestia
Gli ultimi anni del diciannovesimo secolo, particolarmente duri e tragici, sono segnati da povertà e miseria. A Bagolino la gente è scoraggiata e affamata. Il comune cerca di opporsi al flagello offrendo lavoro. Si ricorda la "strada della fame" voluta da don Angelo Gatta parroco di Bagolino e costruita dal Comune durante il tempo di carestia del 1830 per dare lavoro alla povera gente. Per terminare la strada che congiunge Bagolino al Pian d'Oneda sono chiamati tutti gli uomini, le donne ed i bambini poveri che, iscritti in un libretto speciale, dopo il lavoro vengono compensati con la "giusta mercede", che basta appena per un piatto di minestra.

Contrabbando
In tempi di miseria la gente si ingegna in ogni modo, prospera il contrabbando. Nelle valli si contrabbandano soprattutto zucchero, sale, caffè, tabacco, alcool; fustagno, cotone e tela di cui l'Austria è sprovvista. 1 nostri riescono ad ottenerli in cambio di formaggi, burro ed altri prodotti locali. Gli anziani di Bagolino raccontano di una intrepida donna detta "lè èciè Nonaè", maritata Zanetti, e morta ultracentenaria, che al tempo di Garibaldi "operava" sul confine trentino. I valichi di frontiera sono ben conosciuti dai contrabbandieri che li usano per sfuggire alle guardie doganali.
Via lago il "commercio" viene fatto con barche a doppio fondo. Nel febbraio 1880 il lago gelò e fu festa per i contrabbandieri perché riuscirono ad attraversare il lago con i carretti. Le guardie erano impotenti poiché, ordini superiori, avevano loro vietato di attraversare le acque ghiacciate. Il contrabbando si pratica anche nella prima metà del ventesimo secolo; imposto dalle vicende militari e dalla penuria di quei periodi, continuerà sino alla ripresa economica dei dopoguerra.

Istruzione pubblica
Nel diciottesimo secolo c'è una diffusione dell'istruzione popolare. Il Consiglio Comunale di Bagolino istituisce Scuole Pubbliche a partire dal 1790. La sede è l'ex monastero delle monache. In seguito lo Stato, completando l'opera educativa iniziata dai cappellani e dai maestri mercenari dei Comune, solleciterà l'istruzione scolastica emanando apposite leggi. Tuttavia Bagolino combatte l'analfabetismo già nel sedicesimo secolo; negli atti dei Consiglio comunale dell'aprile 1577 è scritto che il Comune si fa carico di pagare lo stipendio e l'affitto di casa al maestro di scuola. Nel 1587 in paese si contano tre maestri, mentre dal 1583 al 1593 vi risiede un maestro di "gramatica”. Nell'arco dei secoli Bagolino non resta mai senza maestri, tra i quali molti curati e cappellani, tanto che nel 1812 viene fondato un ginnasio tenuto da appositi insegnanti al quale possono accedere anche ragazzi forestieri. Il ginnasio verrà chiuso nel 1822.

In paese l'Istituto Scolastico è già operoso nel diciottesimo secolo, amministrato dalla Congregazione di Carità è affiancato dal Comune per il buon andamento della Scuola Pubblica. L'Istituto può contare, dopo la soppressione del convento (1797), oltre che sui diritti dei pascoli di monte Ganda e dei sussidi versati dal Comune, anche su parte delle entrate dell'ex monastero. Lasciti testamentari fatti da privati, con particolari donazioni, favorivano l'istruzione. Troilo Micheli nel 1630 lasciava al Comune duemila lire a tale scopo; don G. Battista Buccio nel 1806 disponeva un legato di 30 quadruple di Genova e 10 sovrane da corrispondere ad un sacerdote per fare "scuola di grarnatica"; G. Bazzani nel 1845 destinava alle scuole un terreno ed un lascito di L. 1000. Nell'anno 1826 a Bagolino frequentano la scuola elementare 239 alunni di cui 12 in Pian d'Oneda. Sempre quella statistica informa che una sola maestra, Alessandra Buccio, aveva fino a 108 alunni.

Per volontà del sindaco Faustino Pelizzari, del prevosto C. Albertini, della Cassa di Risparmio, del Comune e di altri Enti pubblici e privati, nasce l'Asilo Infantile. L'Asilo aperto nel 1910 accoglie cinquanta bambini dai tre a sei anni. Si privilegiano i bambini poveri. Con pagamento di una retta, se restavano posti disponibili, potevano essere ammessi anche gli altri bambini. Il trattamento era uguale per tutti. Nell'archivio della scuola materna risulta che: 8 aprile 1915 l'Asilo diventa un ente morale; anno 1916 si provvede alla compilazione di uno statuto e di un regolamento; anno 1951 viene acquistata, sotto la presidenza di don Paolo Garosio, l'ex colonia Frua come sede dell'Asilo; negli anni 1968-1973 terminata la nuova costruzione, sindaco Fusi ins. Giuliano, presidente don Paolo Garosio, l'Asilo si trasferisce ed è dotato nel 1983 del nuovo parco giochi.

Risveglio economico
La proclamazione della Repubblica (1946) che segna l'inizio della democrazia, con elezioni amministrative e libera iniziativa, dà impulso a nuove forme di attività economiche. Il paese si trasforma. L'illuminazione pubblica del 1896, con la centrale in via Forno, che copriva le strade, si estende alle case. Si costruiscono nuove fognature e acquedotti. Strade, viottoli e sentieri vengono ampliati ed alcuni asfaltati. Viene avviato il primo servizio automobilistico privato dell'intera provincia che da Brescia passando per il Colle di S. Eusebio, cioè per la via detta 9e corte" o 9e coste", conduce direttamente a Bagolino. Il servizio prende il posto della diligenza Mazzoldi che trasportava gente da Vestone a Bagolino due volte al giorno, ancora in funzione nel 1889, e di quello di autocorriere gestito dalla S.E.B. (linea Brescia - Odolo – Barghe – Vestone - Bagolino) che sostituisce il vecchio tram che arrivava alla Stazione Crotte di Idro nel 1931. Le scuole si trasferiscono in una sede più accogliente.

Alla fine dell'800 Bagolino sente la necessità di migliorare la situazione economico -sociale degli abitanti. Promotore Alberto Lombardi, i contadini, i piccoli commercianti, gli artigiani e gli operai costituiscono nel 1882 una "Società di mutuo soccorso"; versando un modesto contributo gli associati ricevevano aiuti in caso di disoccupazione, incendi, ecc..
La Società, che nel 1904 raccoglieva 75 soci, ottiene il consenso popolare. Sotto il suo patrocinio viene fondata la Banda musicale vanto dei Vecchi bagossi. Alla Cooperativa segue l'apertura nell'anno 1888, ad opera di Giuseppe Tovini, della Filiale di una delle maggiori Banche bresciane: la Banca S. Paolo. Con la sua presenza attiva quale Banca fondata a scopo benefico, darà modo ai bagolinesi di sfuggire all'usura comunemente praticata.

Le notizie di carattere storico, economico e geografico sono state tratte dal libro
di Luciarosa Melzani - Bagolino Storia di una comunità - , edito da GM & Ti di Ciliverghe (BS).


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