Cenni Storici

Introduzione

Quando il clima glaciale lascia posto a quello temperato, che da origine a foreste di conifere, betulle e querce, le valli cominciano a coprirsi di boschi e gli animali assumono l'aspetto attuale.
L'ambiente, così trasformato e migliorato, è pronto ad accogliere l'uomo che si dedica alla caccia e alla raccolta di frutti.

La raccolta di cereali spontanei induce l'uomo alla loro coltivazione e di conseguenza al primo addomesticamento di animali.
In Italia questo processo di sviluppo tarda a venire cosicché l'uomo specialmente nell'arco alpino mantiene ancora, sino al quinto-terzo millennio a.C., il suo arcaico stato di raccoglitore di frutti e di cacciatore.
Nella nostra Provincia si hanno tracce dell'esistenza dell'uomo dall'era paleolitica.
A questo punto la ricerca di una collocazione delle genti che abitavano il territorio di Bagolino, mancando al riguardo notizie attendibili, può ricalcare le orme di un popolo che, sin dalla preistoria, documenta l'esistenza di una civiltà che va organizzandosi in una valle vicina alla nostra: la Valle Camonica.
Questo popolo infatti potrebbe aver dato i natali al primo nucleo di uomini, cacciatori e pastori, che si fermeranno poi stabilmente nella valle di Bagolino.

8.000 - 6.000 a.C. e segg.
L'uomo lascia tracce della sua presenza in prossimità dei laghi di Ravenole e Dasdana. Presso il lago di Ravenole sono stati ritrovati vari reperti, tra i quali: una punta a dorso bilaterale tratta da ipermicrolamella, una lama con margine sinuoso, altra microlamella ritoccata, microbulini sia prossimali che distali ed alcuni nuclei.
Lago Dasdana - sponda nord: reperti litici, rnanufatti in selce scheggiata.
Laghetti di Bruffione: un microbulino e quattro schegge attribuibili al Neolitico.
Laghetti di Vaia: 2 schegge di selce litiche).

6.000 - 5.000 a.C. segg.
I graffiti camuni che dagli esperti sono fatti risalire a questo periodo raffigurano solo animali. Non è ancora possibile sapere se in questa epoca l'uomo si sia già stabilito in Valle Camonica o vi arrivi sporadicamente per battute di caccia.

5.000 - 3.000 a.C. e segg.
Dai graffiti ritrovati si sa che l'uomo inizia a dedicarsi all'agricoltura, fermandosi stabilmente nella Valle Camonica.
Questo Processo evolutivo viene favorito, probabilmente, dall'insediamento in loco di alcuni gruppi etnici orientali e nord africani che, emigrati dai loro aridi luoghi d'origine in cerca di terre più fertili, portano seco i primi rudimenti dell'agricoltura.
Infatti è dal terzo millennio a.C. che hanno inizio le prime forme di agricoltura, testimoniate dai graffiti camuni, che segnano un mutamento nella vita delle genti alpine che da nomadi diventano stabili.

3.000 - 2.000 a.C. e segg. (età del rame, oro, argento)
Le incisioni rupestri, oltre all'uomo, raffigurano anche oggetti concreti e concetti astratti.
Nel secondo millennio a.C., giungono nella nostra provincia alcune tribù liguri denominate Reti o Euganei.

2.000 - 1.000 a.C. e segg. (età del bronzo)
I graffiti testimoniano scene di uomini intenti al lavoro agricolo ed alla lotta; vi sono anche scene di campi coltivati e cintati.
I territori bresciani sono occupati dal misterioso popolo degli Etruschi che, secondo alcuni studiosi, sarebbe originario dell'Asia Minore. La popolazione della provincia assume così una composizione eterogenea di più vasta misura.

300 - 100 a.C. e segg. (età dei ferro)
Le incisioni rupestri diventano sempre più complesse. Con l'avvento in Italia delle colonie greche e romane ha inizio per la civiltà camuna il lento decadimento, che culminerà con la conquista e la sottomissione di questo popolo da parte dei dominatori romani.

I Romani conquistano i territori bresciani. (Anno 170 a.C. e segg.)
Verso il 170 a.C. i Romani arrivano anche in territorio bresciano e sottomettono i Galli Cenomani, probabili fondatori di Brescia, che da tempo (360 a.C. circa) sono diventati i signori dei luoghi.
Questi avevano vinta la popolazione bresciana, non tutta, poiché alcune tribù al comando di Reto si erano ribellate. Codeste, inferiori di forza devono ritirarsi sulle Alpi, da loro chiamate Retiche, dove Finirono per l'unirsi alle genti che già abitavano i nostri monti. Trascorsi alcuni decenni, verso l'89 a.C., i Galli Cenomani completano la loro fusione con i conquistatori ottenendo così la cittadinanza romana. Nel territorio bresciano vi sono però alcune popolazioni montane, i Camuni i Triumplini e i Vennoni, abitatori questi ultimi della Valle Sabbia, che fedeli alle loro antiche tradizioni non vogliono sottostare al dominio romano.
Valorosa e tenace è la difesa dei valligiani che, dopo anni di durissime battaglie, devono piegare il capo davanti alle aquile romane dei generali Livio Druso e Tiberio mandati dall'Imperatore a conquistare le Valli bresciane.
I Romani, seppure vincitori, rendono onore a queste popolazioni alpine incidendo anche i loro nomi sul trofeo di Turbia, presso Monaco, eretto in onore dell'Imperatore Augusto.
Su questo trofeo compaiono i 44 nomi dei popoli vinti e tra questi sono annoverati i Triumplini ed i Camuni. Non compaiono i Sabini.
Il Rossi sembra però darcene spiegazione quando, nelle sue memorie, cita testualmente: ".. Con la Valtrompia era anticamente congiunta quella di Sabbio, e tennero queste due Valli alcuni popoli, nominati da Plinio e dal Sigonio Vennoni... “.
Ragion per cui si ritiene che il nome dei Sabini o Vennoní (o Venij) doveva intendersi implicitamente compreso nel popolo Triumplino.

Bagolino Pago romano?
Con la conquista romana di queste tre valli si pensa che anche Bagolino sia diventato dominio romano. Ad avvalorare l'ipotesi contribuiscono alcuni indizi:
- il ritrovamento, avvenuto nel 1800, di una statuetta romana. Nel manoscritto del Panelli, storico locale del XIX secolo, si narra come un certo Lorenzi mentre stava scavando nella terra per costruire un uccellanda sul Dos dei Balbane - loc. Ponte Caffaro, avesse ritrovato questo prezioso cimelio: "... costui, dice il Panelli, scavando la terra sul medesimo dosso ritrovò una bellissima testa di metallo di mirabile pulitezza e lavoro e con l'elmo e sopra l'elmo una sfinge ...
Gli antiquari di quel tempo hanno ravvisato in questa "statuetta" le fattezze della dea Minerva onorata dai Romani.
Voci dal dialetto locale che possono far suppore un antica presenza romana sono:
- Lèré (solaio) chiamato così perché con la venuta del cristianesimo, in quel luogo, vengono riposte e dimenticate le effigi degli antichi dei protettori della casa: i Lari romani.
- Glesiè-gesiè, arcaica voce locale per chiesa. Dal latino "ecclesia".

Comparsa del cristianesimo (300 d.C. e segg.)
Fra gli dei adorati nella vallata del Caffaro si ricordano, Tunol, Saturno, Tor, Bergino, il dio Pane, cui venivano sacrificati i più bei capi d'agnello, la dea Cerere, alla quale venivano offerti i frutti della terra e il dio Termine. A quest'ultima divinità si dice che fossero consacrate le montagne e le vette; questo dio proteggeva anche i confini delle proprietà. Si racconta come le vittime, a lui immolate, venissero legate a grossi anelli fissati su altissime rupi e che uno di questi anelli fosse stato ritrovato presso la Berga (cima Caldoline).
Di questi tempi remoti si ravvisa traccia in alcuni termini rimasti ancora a denominare vari luoghi della valle, quali: via Pagana, orto dei Pagani a Bagolino e Rocca pagana a Storo.
Gli antichi riti officiati in quei posti e dedicati a quegli dei potrebbero aver dato luogo, con l'oblio degli anni, a confusioni con diavolerie e stregonerie.
Intanto il cristianesimo avanza. Fra i primi predicatori che giungono nei dintorni di Bagolino si ricorda San Vigilio, Vescovo di Trento, mandato da Papa Damaso nelle terre bresciane e veronesi per diffondere il messaggio evangelico. San Vigilio verrà martirizzato in Val Rendena il 26 giugno 403.
Con l'instaurazione del potere ecclesiastico la chiesa trasforma gli usi dei tempi fino a sostituirsi all’Impero Romano in decadenza.
E’ bene ricordare, come scrive il Di Rosa, che il cristianesimo venne accettato dall'Imperatore Costantino, "come alleato democratico per raccogliere tutto il potere contro l'aristrocrazia romana, sequestrando i beni dotali dei templi del politeismo a favore dei Vescovi e delle Chiese plebane".
Gli antichi Pagi romani diventavano Pievi, chiese plebane, circoscrizioni territoriali con il compito di sovraintendere la vita religiosa ed amministrativa dei paesi sotto la loro giurisdizione, mentre i Municipi mutano in Diocesi.
I primitivi dei adorati nelle vallate sono così "sostituiti" dal Dio di Gesù Cristo e dai Santi che vengono a prendere, in certo qual modo, le difese del Paese.

Bagolino viene annessa alle Giudicarie (600 e segg.)
Il grande Municipio di Brescia romana che allora estendeva la sua influenza sino ad Arco e Riva, comprendendo così anche la valle del Caffaro e del Sarca nella tribù di Fabia, con la venuta in Italia dei Longobardi perde Bagolino e parte dei suoi territori. 1 Longobardi per loro particolari interessi strategici, di confini e di difesa, conquistano ed inglobano questi territori nel Ducato trentino estendendo i loro domini.
Bagolino entra in tal modo a far parte di una delle sette Pievi che comprendevano le cosiddette Giudicarie, terre di confine, trentine: la Pieve di Condino.
Questa Pieve che dapprima era compresa nella giurisdizione del Ducato tridentino, con la donazione longobarda dei Ducato ai Vescovi di Trento, che assumono il titolo di "Principi"; passa sotto la loro potestà.

Origine di Ponte Caffaro:
I Frati Benedettini iniziano la bonifica dei Pian d'Oneda (1.000 e segg.)
I primi documenti scritti che riguardano Bagolino risalgono al 1.000 d.C. e "parlano" di un territorio posto a sud del paese chiamato Pian d'Oneda in località Ponte Caffaro. Questo piano, che in seguito entrerà a far parte dei territorio di Bagolino, era un luogo paludoso ed insalubre formato dal delta dei fiume Caffaro e le acque del lago d'Idro.
Verso l'anno 1100, è incerto il momento preciso, e più d'una sono le versioni, sembra che queste terre siano state donate al Monastero di S. Pietro in Monte di Serle da re franchi o longobardi che, sotto il loro dominio, rafforzarono il culto cristiano.
I Monaci ebbero il compito di bonificare il territorio e di costruirvi un ostello per i viandanti che passavano numerosi su quella strada.
Anche i bagolinesi dovevano transitare per quel luogo. Prima di costruire il ponte di Prada, l'unica via per andare a Brescia - in alternativa a quella che passava per il valico del Maniva - era rappresentata dal ponte di Romanterra; si costeggiava a destra il Caffaro sino al bivio delle Armadure, dove per la strada detta "Bagozzina" si giungeva in Pian d'Oneda.
Un'altra versione vuole che queste terre siano state affidate ai Benedettini dagli Uomini di Storo, Darzo, Lodrone; Bovile e Villa di Ponte, antichi paesi scomparsi in seguito ad inondazioni, che nell'anno mille all'incirca avrebbero incaricato i Monaci di sanare l'intero Piano e di costruirvi un Ostello ed una Chiesa in onore di S. Giacomo.
A comprova di ciò il Panelli asserisce che la notizia era riportata in una lettera da lui trovata, scritta da un certo G. Bonardelli, il 20 marzo 1597, al parroco Manzoni.
L'unico brano di questo invito, che si data intorno all'anno 1000 è quello trascritto dal Panelli nel suo manoscritto:
"... rogamus vos domine Pater Abbas de Monte, ut veniatis in locus nostri de casalis et ibi edificetis ecclesia et Monasterum in onore sti Jacopi apostoli Majori, et ibi permaneatis laborando in honore Dei... "
Un altra testimonianza dice che i Monaci subentrarono solo verso il 1213 poiché sino a quell'anno l'intero piano era affittato ad un certo Petro de Tosino ed altri di Anfo, con un canone di 8 libre d'argento in moneta milanese (Odorici).
Di fatto i Benedettini iniziano la bonifica cercando di risanare tutta la zona con ampie piantagioni di ontani (ones) che daranno poi il nome a quella terra: Pian d'Oneda. I Benedettini costruiscono anche una chiesa che viene dedicata a S. Giacomo patrono dei pellegrini, ed un ospizio gratuito ("Xenodochio'9 per dare rifugio e ristoro ai tanti viandanti che transitavano per quella strada.
I contadini che aiutano i Monaci a coltivare il Piano abitano in piccole cascine dette "caselle" che sorgono vicino alla Chiesa.

Bagolino feudo dei Pincipi - Vescovi di Trento
In questi secoli Bagolino, inglobata nelle Giudicarie, pur facendo parte del principato di Trento passa da un dominatore all'altro: Franchi, Imperatori di Germania ecc..
Ha inizio anche il "governo feudale" instaurato dagli Imperatori e sancito dalla "constitutio de feudis" emanata nel 1027 dall'imperatore Corrado il Salico, che regola le investiture dei feudi.
Si è infatti consolidato l'uso che i re o i nobili, come segno di riconoscenza per particolari servigi ricevuti da potenti Famiglie alleate, sia laiche che ecclesiastiche, concedano "in feudo" alle stesse, parte dei loro territori.

Lotte guelfe e ghibelline
Il territorio italiano nel frattempo è diviso da lotte interne fra i guelfi ed i ghibellini.
Bagolino non è estranea a queste lotte e poiché da tempo si è aggregata a Brescia per le questioni civili, pur restando soggetta alla Pieve di Condino per l'amministrazione religiosa, decide di ribellarsi ai ghibellini Vescovi di Trento abbracciando la causa guelfa.
La comunità bagossa fa male i suoi conti. In quei tempi di battaglie Brescia, per difendere i suoi confini, va in guerra contro i cremonesi ed i bergamaschi. Bagolino stanca di lotte, cercando di evitarne di peggiori, torna sui propri passi e si sottomette volontariamente ai Principi-Vescovi di Trento (1192).
Successivamente verso il 1200 il paese viene dato in donazione prima alla casa d'Arco, la più potente famiglia del principato di Trento i cui possedimenti confinavano con quelli dei Lodron, indi ai Metifoco di Breno e alla famiglia bresciana dei De Salis (anno 1212 ca.).
Non appena in Italia si riaccende l'odio tra guelfi e ghibellini, Bagolino pentita di essersi sottomessa a Trento, perora la causa guelfa e si unisce definitivamente a Brescia (1313).

Bagolino e i Signori di Lodron
Da un documento (n. 105 p. 224-225) contenuto nel "Codex Wangianus "risulta che nel secolo decimo terzo (1212) la terra di Bagolino, pur soggetta al principato di Trento, è ancora in assegnazione ad una importante Famiglia bresciana: i De Salis.
Successivamente. ufficialmente solo nel 1366, nella storia dei luoghi compare la potente casata dei Lodron, vassalli dei Principi-Vescovi di Trento che ben difendono i territori meridionali del principato, che reclama secolari diritti feudali sul paese.
I Signori di Lodron chi sono, come e quando sono entrati in possesso di Bagolino?
Gli antenati dei Lodroni andrebbero ricercati tra tredici uomini di Storo che l'Ausserer indica coma una sorta di nobili di campagna, appartenenti alla "nobilis macinata Sancti VirgiIi ossia alla nobile corte del Vescovo di Trento.
Questi uomini che sono vassalli dei principato, oltre ad avere terre proprie (allodio), hanno ricevuto in donazione dal vescovo Corrado di Trento, il 24 agosto 1189, il castello, la curia, organo medioevale con funzioni amministrative, e l'antico feudo di Lodrone (feudo peraltro già acquisito in precedenza dalla casa di Lodrone assieme alla casa di Storo); beni che poi andranno divisi tra loro come da documento conservato nel Codex Wangianus pp. 89-92.
Si segnala che capostipite formale della casata dei Lodroni è stato Paride detto Parisio (1217) mentre il ramo dei Lodroni che a noi interessa è quello di castel Romano originato da Albrigino.
Il ramo di Castel Romano, con atto dei 1366, contenuto nel Codice Clesiano Il pp. 45-45 bis, riceve dal vescovo A. di Ortenburg l'investitura, oltre che di parte della curia e del Castello di Lodrone di loro pertinenza, anche dei vassalli e delle decime di Bagolino.
Prima di questa data non è dato conoscere, come e quando Bagolino sia stata tolta alla famiglia bresciana dei De Salis e data alla casata dei Lodron. Probabilmente una capillare ricerca negli archivi potrebbe fornire una risposta in tal senso; comunque in attesa che si chiarisca l'enigma si da atto che intorno al 1350-1370 i Signori di Lodron sono la famiglia dominante.
Da quei momento la Casata dei Lodron si affaccia con prepotenza nelle vicende di Bagolino e si impone con la forza nella storia del principato di Trento tanto da divenire artefice della storia delle Giudicarie inferiori.
Con l'estinzione del ramo di Castel Romano e dopo alterne vicende, le decime di Bagolino, ed altre proprietà di Castel Romano, vengono riassunte con atto del 1424 (Codice Clesiano IV), da Antonio e Paride detto "il grande" del ramo di Castel Lodron. Giorgio, capostipite dei Conti di Lodron e Pietro, antenato dei Conti di Lodron di Castelnuovo di Vai Lagarina ramo ora estinto, che come il padre Paride furono valenti combattenti al servizio della Serenessima, ottennero nel 1452 dall'Imperatore Federico 111 d'Asburgo, il Diploma Comitale che conferiva loro i titoli di Conti.

Bagolino entra definitivamente in possesso dei Piano d'Oneda (1300 e segg.)
Intanto i frati benedettini che già da decenni bonificano il Piano, a causa dei clima insalubre, della diminuzione di rendite concrete e della lontananza dal loro monastero, -decidono di affittare il Piano. Il 5 aprile 1355 il Piano d'Oneda viene ceduto in affitto per sette anni, con l'obbligo di conservare in buono stato i prati e le case. La comunità di Bagolino a nome di due rappresentanti paga 12 libbre d'argento in moneta bresciana. Successivamente, l'l1 febbraio 1451, l'intero Piano viene definitivamente venduto alla Comunità di Bagolino con atto legale redatto dal notaio S.Lorenzi. 1 monaci si riservano la sola chiesa e sei "brazza" di terra intorno.

I Conti di Lodrone reclamano a loro diritto il possesso dei Pian d'Oneda.
Dopo la vendita il Piano entra a far parte del territorio di Bagolino.
I Conti di Lodrone già padroni delle terre a nord del fiume Caffaro ne reclamano però il possesso e, sostenendo che in origine il fiume scorreva ai piedi del monte Castegnuda rientrando nei loro confini, tentano di occupare l'appetibile Piano d'Oneda.
Per dare corpo ai suoi ragionamenti Albrigino di Lodron decide di deviare il corso del Caffaro (1357) e, facendo togliere i ripari fatti dai bagossi, fa scorrere il fiume più a sud verso il lago. 1 danni causati al paese sono molto gravi; le acque del Fiume tolgono ai bagolinesi più di 800 jugeri di terra già bonificata (jugero: lungh. 240 piedi largh. 220. Complessivamente ettari 34560).
L'arbitrario atto di prepotenza iniziato dai Signo1 di Lodron arreca al Comune lunghe e sofferte contese; nell'archivio di Stato di Brescia si trovano letteralmente "chili" di "carte" inerenti alla contesa del Piano d'Oneda.
Per capire l'importanza che derivava dal possesso del Piano è utile sapere che la lotta privata fra Bagolino ed i Conti di Lodrone veniva ad assumere anche valore politico, per l'importanza vitale che aveva il fiume Caffaro quale confine tra il territorio bresciano ed il principato di Trento.
I Lodron perciò, per ottenere la proprietà del Piano e di Bagolino non tralasciarono alcun mezzo. E quando verso il 1387 il territorio bresciano venne conquistato dal ghibellino signore di Milano, Barnabò Visconti, la Casa Lodrone ne cercò i favori mettendo il Comune di Bagolino, alleato guelfo, in cattiva luce.
E grazie alla consorte del Visconti, Regina Della Scala, potente intrigante politica, che i bagolinesi vincono la loro causa, e non senza aver versato ingenti somme di denaro il paese riesce a conservare la sua autonomia.
Di più, la Signora di Milano venuta a conoscenza di questi intrighi dai bagolinesi, temendo incursioni anche nei suoi domini da parte dei Signori di Lodrone, ordina (1384) al Podestà di Brescia di costruire una fortezza sul Caffaro, Regina non riesce però a dare corso ai lavori perché muore in quell'anno. La fortezza verrà poi costruita nel 1486 dalla Repubblica di Venezia, non già dove indicato dalla Signora di Milano e cioè lungo il corso del Caffaro a nord del rio Riperone, ma bensì in località Rocca d'Anfo.

Il tempo delle Signorie
La città di Brescia ed i suoi territori vengono conquistati dalla casa Viscontea il cui dominio dura fino all'anno 1404 quando subentra al potere il ghibellino Pandolfo Malatesta.
Questi, per farsi ben volere, elargisce alle nostre valli degli speciali privilegi ottenuti grazie a Galvano da Nozza, difensore della Valle Sabbia, con lui si sono schierati anche i bagossi, e a Pietro Avogadro, difensore della Valle Trompia, che combattono per la sua bandiera.
Speciali privilegi che in pratica "suonano" come prerogativa di maggiore libertà ed autonomia per le nostre Valli.
Non senza fatica, per la difesa opposta dai valligiani capitanati da Galvano da Nozza e da Pietro Avogadro, pochi anni dopo i Visconti riconquistano i territori bresciani con parte delle proprie truppe affidate al condottiero Carmagnola.
I bresciani non contenti di questo governo che, in persona di Filippo Maria Visconti, ha revocato alle Valli tutte le munificenze concesse dal Malatesta, prendono accordi con la Repubblica di Venezia, nemica dei Visconti e, con l'aiuto delle truppe venete del Carmagnola, passato al soldo di Venezia, insorgono e scacciano i Visconti.

Bagolino passa sotto il dominio della Repubblica Veneta (1440 e segg.)
Bagolino che ha combattuto al fianco di Galvano da Nozza passa dopo la pace di Ferrara avvenuta nel 1443, in cui i Visconti riconoscono a Venezia il territorio bresciano, sotto il governo veneto.
La Repubblica di Venezia, memore degli aiuti ricevuti da valligiani, ripristina i privilegi malatestiani e suddivide la Provincia in Quadre; Bagolino è compresa in quella della Valle Sabbia.
Tempo dopo, quando nel 1438 la Serenissima dichiara ancora guerra ai Visconti, il Conte Paride di Lodrone per sue ragioni personali ed economiche, approfitta della situazione politica e pensa bene di staccarsi dalla sua Casata principale, alleata viscontea, per unirsi alla Repubblica di Venezia.
Il Conte Paride combatte da valente al fianco della Serenissima dapprima in Valcamonica indi, nel 1439, in Val di Ledro. In quello stesso anno i suoi figli Giorgio e Pietro, dopo la sua morte, si distinguono nella battaglia di Lodrone.

I Conti di Lodrone riprendono il loro potere su Bagolino (1441 e segg.)
Nonostante che parecchi bagossi abbiano preso parte alle battaglie in favore della Repubblica Veneta, il Doge F. Foscari vuole ricompensare i Lodroni, suoi valenti alleati, donando loro il feudo di Muslone, la contea di Cimbergo, il Passo di Baremone e, esaudendo le aspettative dei Conti, la tanto ambita terra di Bagolino (ducale 11-41441).
La Serenissima però si riserva la piena sovranità sul paese e quindi anche il diritto di una eventuale revoca del feudo ai Lodroni.
I Signori di Lodron il 1 ottobre 1441 promettono alla Comunità di Bagolino riunita in pubblica assemblea, che si tiene nella piccola piazza adiacente il cimitero, di rispettare le usanze, gli statuti, l'esenzione dalle imposte e l'autonomia del paese; il tutto avallato dal pagamento di un tributo che i bagossi devono versare.
Non tenendo fede alle loro promesse i Signori di Lodron chiedono delle tangenti e tentano di impadronirsi ancora del Piano d'Oneda.
Una tradizione che si confonde con la leggenda narra che i Lodron avessero costruito sul dosso del paese un castello da dove governavano la borgata bagossa "non col codice della ragione ma col bastone del comando".
Sempre secondo la tradizione il castello venne distrutto dai bagossi ribelli al loro potere (1444), e fra le macerie del maniero fu ritrovata la famosa icona della Madonna di S. Luca.
Sempre dei tempi è la notizia della pubblica investitura del feudo di Riccomassimo a tal Agostino Lombardo Franzoni di Bagolino, avvenuta il 29 gennaio 1442, a ricompensa della fedeltà dimostrata dal Franzoni verso ì Signori di Lodron.

Bagolino passa nuovamente alla Repubblica Veneta (1472 e segg.)
Il Doge Nicolò Tron poichè i Signori di Lodron, che nel frattempo con il Diploma Comitale del 6 aprile 1452 erano stati insigniti del titolo di Conti, vengono meno ai loro impegni, ascoltando le ragioni dei bagolinesi revoca loro, nel luglio del 1472, il dominio del paese restituendo così a Bagolino la sua indipendenza.
Ai Lodroni la Repubblica di Venezia, come riconoscimento dei servigi resi, dona la Valle di Vestino.

I Tedeschi calano in Italia attraverso il Piano d'Oneda (1509 e segg.)
Dal 1509 al 1517 la Repubblica di Venezia entra in guerra contro i Francesi e gli Spagnoli e subisce delle sconfitte.
Bagolino segue la stessa sorte e passa dal governo francese a quello spagnolo.
Durante il dominio spagnolo Bagolino, terra di confine, viene minacciata dai tedeschi. Gli Alemanni che calano dal Trentino con la Casata di Lodrone loro alleata, costringono i bagossi ad abbandonare il Piano d'Oneda.
I Tedeschi si spingono sino alla Rocca d'Anfo dove vengono contrastati da soli quattro difensori:
Giovanni Pezzarossi di Bagolino, un Mabellino, un Bucella di Anfo e un Tagino di Idro.
Costretti alla resa i valorosi vengono condannati al capestro; uno solo riesce a fuggire, il Tagino di Idro.
In seguito i tedeschi vengono cacciati dai francesi che nel frattempo si erano alleati ai Veneti.
Bagolino ritorna così, nel 1517, sotto la bandiera della Serenissima.
A ricordo di questi intricati avvenimenti storici si menzionano due episodi: l'uno in cui il comandante delle milizie franco-venete, il Freroso, passa al saccheggio le terre di Lodrone e Storo, per rappresaglia contro i Lodroni che avevano estorto 400 ducati d'oro a Bagolino. L'altro riguarda una somma di 60 ducati che i Conti richiedono a Bagolino, come contropartita, per concedere al Comune di fare festa in S. Giacomo in Pian d'Oneda. I bagossi non pagano ed i Conti, per rappresaglia, occupano S. Giacomo e feriscono l'oste con la moglie. Il governo veneziano, informato dai bagolinesi impone, in risposta alla violenza, che via lago e per la rocca sia vietato il transito ad "alcuna vittovaglia di Ampho via che vadi a Lodron " ' Questa presa di posizione convince i Conti a chiedere accordi ed amicizia a Venezia che accetta a patto che da parte loro "si stagi in quiete a quelli confini".

Bagolino si ribella ad un ennesimo sopruso dei Conti di Lodrone (1540 e segg.)
L'astio ed i bocconi amari ingoiati nel tempo, uniti all'ennesima angheria dei Conti di Lodrone, porta i bagossi ad una sanguinosa rivolta (1554).
Il sopruso è fatto dai Conti ai danni di alcuni mercanti del paese, Battista e Bese Benini e Vincenzo Gogella, per questioni finanziarie.
Il Gogella, su invito dei Conti, si reca da solo al Castello di Lodrone, gli altri due avevano rifiutato, per sentire le loro ragioni ma costoro lo fanno imprigionare.
La prepotenza, unita anche a quella di tre anni prima dove i Conti uccisero un Camparo di Bagolino, che li aveva denunciati per il taglio di alcune piante fatto in Oneda, induce i bagolinesi, nel luglio del 1544, a portarsi in quel di Lodrone, a reclamare la restituzione dei Gogella.
Dopo inutili trattative i Conti rispondono con archibugiate. Gli animi si infiammano e la rabbia accumulata da generazioni esplode contro i padroni: i bagossi assaltano il castello. Nella lotta vengono uccisi il Conte Achille ed il Conte Ottone. Il Gogella è trovato vivo in un forno per il pane. I bagossi fanno prigioniero il giovane Conte Ippolito e lo tengono in ostaggio 12 giorni per dare modo a tutti i compaesani sparsi in territorio trentino di rientrare in paese. Il Conte Ippolito viene poi lasciato libero e condotto verso il confine di Ponte Caffaro.
Nel settembre dei 1555 in paese scoppia un incendio che distrugge 129 case ed il forno nuovo. Questo disastro è imputato, senza prove certe, ad una vendetta della Famiglia Lodrone.

Bagolino tra peste e carestia (1577 e segg.)
In quei secoli il paese non ha pace; oltre alle innumerevoli guerre nelle quali viene coinvolto in seguito ai mutamenti politici, Bagolino è stremata anche da terribili epidemie (1347-1478-15771630) e dalla grande carestia in cui perdono la vita migliaia di persone.

Iniziano i lavori per la costruzione della parrocchiale (1624 e segg.)
Nell'anno 1624 il Comune di Bagolino inizia i lavori per ricostruire e ampliare quella che sarà la più grande chiesa dei dintorni: la parrocchiale di S. Giorgio.
Grandi sono le fatiche e le spese economiche sostenute dai bagolinesi divisi, tra chi vuole erigere la chiesa e chi vuole il denaro impiegato diversamente.
Nonostante i contrari il sacro edificio viene portato a termine in dodici anni.

Fallisce il tentativo dei Conti di Lodrone di reimpossessarsi del paese (1670 e segg.)
I Conti nel 1673 tentano di reimpossessarsi di Bagolino e tanto maneggiano e brogliano che riescono temporaneamente a riottenerne la signoria. La Serenissima informata dal Comune su particolari maneggi che i Conti vogliono in danno del paese, restituisce a Bagolino la sua indipendenza.
I Conti per reazione fanno bandire tutti i bagossi dal territorio trentino con un editto imperiale che viene letto nella piazza di Lodrone.

Il trattato di Rovereto (1752 e segg.)
I bagolinesi, dopo il bando dal territorio trentino, sono costretti a varcarne il confine con trecento armati, per terminare una travata che deve far rientrare il Caffaro nel proprio alveo poiché il fiume è stato nuovamente deviato dai Conti.
Il 31 agosto 1752 la lite per il possesso del Piano ha termine.
Con il pubblico "trattato di Rovereto", concluso fra la reggenza austriaca in nome dell'Imperatrice Maria Teresa ed il Comune di Bagolino, il Pian d'Oneda viene definitivamente riconosciuto a Bagolino. Il Comune deve pagare ai Conti "quattordicimila fiorini".
Per delimitare il Piano vengono piantati quattro termini di confine:
Il 1° alle "travate"; il 2° in cima alla piazza di Ponte Caffaro sulla riva destra del fiume; il 3° poco lontano dal Chiese e dal ponte "dei tedeschi" e il 4° sulla sponda sinistra dell'alveo abbandonato del Chiese.

La Parrocchia di Bagolino passa alla Diocesi di Brescia (1773 e segg.)
In seguito ad accordi intervenuti tra l'Impero austriaco e la Repubblica Veneta, la Parrocchia di Bagolino, insieme a quella di Tignale, passa dalla Diocesi di Trento a quella di Brescia.
Il paese vede così realizzarsi la sua unione con Brescia per l'amministrazione religiosa come già secoli prima per quella civile.

Bagolino distrutta dall'incendio del 30 ottobre 1779.
Passata la terribile inondazione del Caffaro (1757) che tra le altre cose travolse una fucina, il vecchio forno e parecchi fienili, le cronache ricordano il più grande incendio della storia di Bagolino avvenuto il 30 ottobre 1779. Le vittime sono numerose mentre il paese viene interamente distrutto. Bagolino ricostruita con grandi sacrifici morali ed economici comincia a riprendersi verso il 1780.

Decadenza della Repubblica Veneta e avvento della Repubblica Provvisoria Bresciana e della Repubblica Cisalpina: Bagolino coinvolta nelle lotte (1796 e segg.)
Con la decadenza della Repubblica di Venezia della quale il trattato di Campoformio del 7 ottobre 1797 decreta la fine, i territori del bresciano passano sotto il dominio di Napoleone che, combattendo contro gli austriaci, conquista la Lombardia.
Il 26 maggio 1796 Napoleone è a Brescia. Parte dei bresciani e dei bergamaschi ribelli, segretamente appoggiati dai francesi, costituiscono la Repubblica Provvisoria Bresciana aggregata nel 1801 alla Cisalpina. Le Valli e la Riviera che parteggiano per la Repubblica di Venezia sono costrette ad arrendersi alle truppe dei generale Chevallier che mettono a ferro e fuoco i paesi di Barghe e Vestone.
1 bagolinesi temendo di dover seguire la stessa sorte, hanno combattuto quali alleati con Venezia contro la Repubblica Cisalpina, mandano a Idro, dove erano riunite le truppe dei generale Chevallier, i propri delegati che consegnano ai francesi le chiavi del paese e una somma di denaro - 500 fiorini - pari a 185 milioni di lire. La Repubblica Cisalpina concede il perdono e la comunità di Bagolino, dopo aver promesso obbedienza, viene invitata a cancellare le insegne della "Serenissima": una in piazza, sotto le finestre della Casa Comunale, l'altra sotto il portico della Chiesa di S. Giacomo.
Il nuovo Governo sopprime il convento delle monache, altre confraternite, e toglie dalla Parrocchiale le argenterie donate dalla Famiglia Dalumi. A tutt'oggi non è dato sapere dove siano finiti gli arredi sacri.
Durante le alterne vicende e le lotte tra franco-austriaci, in una delle tante battaglie, una compagnia di croati in ritirata si ferma a Bagolino per circa una mese, presso il ponte Prada. 1 soldati si uniscono poi al loro generale, il Wunser, che con altri 30.000 sta attraversando il Pian d'Oneda per combattere contro i francesi.
Nelle battaglie di Lonato, di Castiglione e Montichiari i tedeschi vengono sconfitti.
Durante la ritirata, una compagnia alemanna si ferma in paese e fissa il campo nella chiesa di S. Rocco e nel prato del Consiglio (Riva dei Bus). La compagnia rimane fino a che le truppe francesi giunte a Storo, non la obbligano a ritirarsi.
Partiti i tedeschi arrivano in paese i francesi. Gli ufficiali trovano alloggio presso case benestanti mentre la truppa si ferma a palazzo Stagnoli, (che allora era del Comune), nella Chiesa di S. Rocco, dell'Adamino e nei prati vicini.

Soppressione della Cisalpina e nascita del Regno Italico (1802 e segg.)
"La Cisalpina ha vita breve e, morendo, non lascia buona memoria di se. Vendette personali, perquisizioni, ruberie, nuovi tassi e calmieri incontrollati sono il bilancio del suo governo, aggravato dalla carestia, da grandinate devastatrici, dalla forzata consegna dei libri delle pubbliche amministrazioni" (U. Vaglia).
La Cisalpina è sostituita dal Regno Italico, nato il 7 marzo 1805, e i territori bresciani conoscono un periodo di relativa pace.
Durante il Regno Italico la provincia viene divisa in dipartimenti; Bagolino fa parte del distretto di Vestone compreso nel dipartimento del Mella. In questo periodo vengono istituite le* scuole elementari che contribuiscono ad una maggior diffusione dell'istruzione. A Bagolino, per volere del dr. Pietro Riccobelli viene fondato un ginnasio (1812) che ospiterà anche studenti forestieri.

I Tedeschi riprendono potere in Lombardia (1814 e segg.)
Quando Napoleone I è costretto ad abdicare la Lombardia passa sotto l'impero austro-ungarico. Bagolino viene presidiata dai tedeschi sino al 1815.
Sotto la dominazione austriaca vengono costituite le province divise in distretti ed in comuni. Le strade della valle che durante l'ultimo periodo della dominazione veneta erano rimaste pressoché abbandonate, vengono restaurate.
La strada che da Monte Suello porta a Bagolino viene assunta a totale carico dello Stato con decreto del Vicerè Ranieri. In occasione della venuta in Valle Sabbia dell'arciduca Ranieri viene posta, nel 1823, la prima pietra per la costruzione del ponte Prada di Bagolino.
Di questi anni è anche un originale progetto per l'ampliamento della mulattiera che da Bagolino porta al Maniva.

Guerra tra il Regno Sardo-Piemontese e l'impero Austriaco.
Bagolino partecipa agli eventi 1821 -1848 d.C. e segg.
Il territorio bresciano è percorso da una ventata di idee liberali e patriottiche.
I patrioti continuano a cospirare ed a fomentare la popolazione fino alla rivoluzione del 1848. Anche i valligiani si armano, pronti a difendere la patria.
Il 5 aprile si diramò l'ordine di "cancellare ogni stemma o segnale che alluda all'espulsa tirannide" e che "su tutte le torri abbia a sventolare la bandiera nazionale" (U. Vaglia).
Arrivati i Sardo-Piemontesi in Provincia, sul Caffaro si deve proteggere, alle spalle l'esercito impegnato sul Mincio.
Al comando del colonnello piemontese Allemandi partono numerosi valsabbini che il 9 aprile varcano il confine trentino; occupano Condino e arrivano a Stenico. Qui le truppe ricevono l'ordine di retrocedere ed i soldati, come continua il Vaglia: "stanchi e logori, stremati dalla fame, privi d'ogni materiale bellico, consci d'essere usati in movimenti d'azione senza ordine e senza un piano minimamente studiato", vanno all'attacco ma vengono costretti, dagli austriaci, a piegare sino a Ponte Caffaro dove un battaglione, al comando del Beretta, occupa Prada e Bagolino.
Il 22 maggio durante l'avanzata dei tedeschi che vogliono conquistare la Rocca d'Anfo, passando attaverso Montesuello, si distingue Giacomo Lombardi detto Ciometto (da Riccomassimo) che da solo, lungo il sentiero di Castegnuda, tiene a bada 600 tedeschi sino all'arrivo del Crotti, mandato in suo soccorso lungo la strada detta "del paradiso", e dei rinforzi organizzati a Bagolino da don Angelo Gatta. Il nemico viene respinto ed il giorno dopo i nostri occupano Storo.
Dopo questa vittoria giunge notizia dell'armistizio ed il Beretta evacua Bagolino; la provincia ritorna austriaca.
Nel Marzo 1849 alla ripresa delle ostilità fra Piemonte ed Austria, Brescia si ribella. Per dieci interi giorni la “Leonessa d'Italia" tiene testa agli austriaci. Alcuni bagolinesi partecipano a queste epiche giornate.

La riscossa del 1859
A pochi anni dall'armistizio di Salasco dell'agosto 1848 Bagolino, alla ripresa delle ostilità (1859), si trova ad essere sulla linea di demarcazione dei due eserciti. La 1inea" passa dal paese, continua per Idro e Lavenone e, attraverso la cresta che separa la Valle Degana dalla valle di Toscolano finisce a Maderno.
I valligiani, provati dalla triste esperienza del 1848 e dalle dure condizioni economiche, accolgono la ripresa delle ostilità con entusiasmo e responsabilità; si sperano, sotto le patrie bandiere, tempi migliori.
I "Cacciatori delle Alpi" al comando del generale Cialdini combattono per conquistare la Rocca d'Anfo ed il presidio dei confini tirolesi.
Una colonna della divisione Cialdini dopo aver espugnato alla baionetta il Maniva discende alle spalle della Rocca dove, unendosi alle altre truppe che arrivano per la strada di Anfo, occupa parte della fortezza.
Il 29 giugno 1859 gli italiani con gli alleati francesi vincono a S. Martino e Solferino; terminano le operazioni militari.
Gli austriaci, alla presenza delle guardie nazionali di Bagolino, Anfo, Idro, Vestone, Lavenone e Nozza consegnano la Rocca d'Anfo (29-1-1860).

La Campagna garibaldina del 1866
Dopo la costituzione del Regno d'Italia del 1861 si vuole liberare il Veneto dal dominio asburgico. I valligiani superato lo scoraggiamento, il ricordo delle battaglie e i disagi economici, finiscono con ben accogliere i combattenti garibaldini.
Nella zona del Caffaro le operazioni militari iniziano il 25 giugno e si protraggono sino al 4 luglio, giorno della battaglia di Montesuello.
1 luglio: tremila soldati tedeschi, approfittando di un momentaneo spostamento dei garibaldini sul Garda, accorsi in aiuto del generale Manara, per difendere Brescia, avevano occupato Bagolino e Montesuello.
Garibaldi, avvertito, ritorna con le truppe in alta Valle ed il 3 luglio tiene consiglio di guerra alla Rocca d'Anfo. A Bagolino intanto il maestro Stefano Pelizzari prepara la difesa del borgo riuscendo a cacciare il nemico dal paese.
Il pomeriggio del 4 luglio si inizia la battaglia: Garibaldi resta ferito insieme ad altri 266 combattenti, morti 44, dispersi 22.
I bagolinesi non mancano di dare aiuti ai feriti; tra questi il regolare invio giornaliero ad Anfo di una abbondante quantità di ghiaccio del quale erano coperte le montagne di Bagolino.
Garibaldi il 21 luglio arriva vincitore fino a Bezzecca, dove riceve l'ordine di ritirarsi. Sconfortato per i tanti inutili combattimenti: "Chinò la testa e col laconico telegramma: "Obbedisco" accettò la decisione sovrana (Vaglia). Del 9 agosto è l'armistizio tra il Governo Italiano e quello Austriaco.
A ricordo della guerra viene eretto nel 1876, per iniziativa del Magg. Guarneri, anche lui combattente, il monumento-ossario di Montesuello alla memoria dei caduti che erano stati posti nella chiesetta di S. Giacomo.

Guerra d'Africa (1893 e segg.)
Non sono ancora spenti gli echi delle battaglie del Caffaro che i valligiani devono partire per la guerra "d'Africa" combattuta tra Italia e Abissinia.
I nostri vengono reclutati per lo più nel Corpo degli Alpini, istituito con legge 12 ottobre 1872,
che riuniva 15 compagnie reclutate in zone montagnose con il compito di guardia ai valichi e, assegnati al quinto reggimento, come battaglioni Vestone, Edolo, Tirano, Morbegno.
Nella guerra libica (1911-12) si distingue il battaglione Edolo comandato da G. Treboldi di Anfo. Tra i combattenti: Domenico Bertoli di Belprato, Agostino Amolino di Sabbio Chiese, Giovanni Mora di Bagolino, Cesare Rossiní di Vestone, Elia Vaglia di Anfo, Giovanni Albertini di Vestone, Luigi Bettini di Nozza.

Prima Guerra mondiale (24 maggio 1915 e segg.)
Le vicende degli ultimi anni hanno provato duramente i bagolinesi che hanno visto i loro territori, specialmente quelli di Ponte Caffaro, interamente devastati. Ma non basta.
L'Italia, reduce dalla conquista libica, viene coinvolta nella prima guerra mondiale. Gli italiani, prima neutrali, cedono agli interventisti: Partito Repubblicano, Partito Socialista, Fascio d'Azione Rivoluzionaria, Partito Radicale, Movimento Futurista ecc..
Il 23 maggio 1915 a mezzanotte l'Italia si schiera contro l'Austria.
I monti di Bagolino e la zona del Caffaro che si trovano sulla linea di confine sono i primi teatri di combattimenti.
La guerra, in prevalenza di trincea, attua il principio 'Ai fare l'aquila" cioè di conquistare e tenere le vette per essere padroni delle valli.
Verso il Passo Termine, al confine con il territorio trentino, ancora oggi sono visibili i resti di costruzioni militari, di trincee e di reticolati arrugginiti muti testimoni di una lunga guerra di logoramento.
La frazione di Ponte Caffaro nella notte dei 24 maggio 1915 vede passare sul suo ponte, posto a confine con l'Austria, i bersaglieri seguiti dagli alpini (5 battaglione) e dal fanti (62 reggimento) che si avviano alla conquista dei trentino.
Gli abitanti del Piano sono costretti a rifugiarsi, quando le battaglie si fanno più cruente, nel capoluogo.
Come quella volta che sono obbligati a rientrare a Bagolino per evitare il fuoco incrociato dei cannoni austriaci piazzati sul Forte Cariola, sul Forte Lardaro e sul Forte Corno, e dei "pezzi" italiani che tirano dal Forte Baremone e dalla Rocca d'Anfo.
Il 1918 è un anno tragico per gli abitanti di Ponte Caffaro. 1 cannoni dislocati su Forte Por vomitano un fuoco continuato sulla piccola frazione posta a confine.
La gente è svelta a fuggire ed a rifugiarsi in aperta campagna, nelle cantine, a Bagolino.
Le case vengono distrutte, la chiesa ed il paese bersagliati dal fuoco; miracolosamente tra gli abitanti non si contano vittime.
Dopo i "caldi" giorni dell'estate del 1918, finita la guerra, la gente di Ponte Caffaro può tornare a varcare il ponte che questa volta congiunge le sponde in uno stesso Stato che, come scrive il Biati "aveva sì rivendicato la sua frontiera, ma allo stesso tempo, aveva ingigantito i suoi problemi, portando la popolazione ad un esasperato malcontento, preparatore di nuove, deleterie avventure".
Nel ricordo di tutti i caduti di Bagolino. Ugo Vaglia accenna a:
Scalvini Giovanni caporale del 5 Reggimento Alpini, medaglia di bronzo, coraggioso e calmo coadiuvava efficacemente il proprio comandante di plotone assumendo e tenendo con energia il comando di un gruppo di uomini. Monte Ortigara, 15 giugno 1917.
Stagnoli Carlo fu Carlo sergente artiglieria da campo, croce al valore militare. Capo pezzo di una sezione violentemente battuta dal tiro di artiglieria nemica, non curante del pericolo, accorreva in aiuto degli artiglieri dell'altro pezzo, gravemente ferito. Soglio Rotto (Pria Forà Arsíero) 3 aprile 1918.
Zanetti Carlo Tebaldo di Stefano Giulio sottotenente nel 5 Reggimento Alpini, volontario di guerra, medaglia d'argento sul campo.
Incaricato di condurre un nucleo di ardimentosi per aprire un varco nei reticolati nemici e farvi passare susseguenti ondate d'assalto, riuscì nell'intento. Cadeva poi per primo, ferito a morte sul ciglio del trinceramento avversario.
Basso Costone Vursic (Monte Nero) 16 settembre 1916.
Alberti Giovanni fu Giuseppe caporale maggiore 5 Reggimento Alpini btg Montesuello, medaglia di bronzo al campo.
Addetto ad una sezione lanciatorpedini sottoposta a violento bombardamento nemico fu instancabile nel lancio degli spezzoni e delle torpedini finché cadde ucciso colpito in pieno da una granata.
Trincerone di Zugna 23 agosto 1917.
Fusi Giovanni di Pietro caporale maggiore nel 530 raggruppamento artiglieria assedio 332 batteria, medaglia di bronzo sul campo. Guardafili in alta montagna dall'inizio della guerra affrontava volontariamente qualunque pericolo pur di ottenere il buon funzionamento delle linee. li 24 maggio 1918 dopo una lunga e pericolosa marcia, senza prendere riposo, procedeva a ,tendere nuove linee, delle quali manteneva il perfetto funzionamento durante l'azione sprezzando il pericolo ed il fuoco nemico. Punta Castellaccio 25-26 maggio 1917.
Dopo sessant'anni (1975) i Reduci della Grande Guerra con gli "avversari" austriaci si sono ritrovati a Ponte Caffaro accomunati da ideali di Pace.
Quelli che seguono sono tre ricordi-testimonianze dei reduci scelti tra quelli riportati da "Storia di un Ponte".
Hans Biedermans, anni 75.
Non abbiamo mai odiato gli italiani. Non è colpa nostra se ci sparammo. Avevo quattordici anni quando è scoppiata la guerra d'Austria. Sono riuscito a fame ancora una buona parte, ho combattuto contro gli italiani sul Carso. Ho degli italiani un buon ricordo: combattevano come matti e gridavano sempre. Sono felice di essere venuto in Italia in questa occasione come amico.
Johann Virgolini, anni 77.
Ho il cognome italiano, ma, per quanto ne so, i miei antenati sono sempre stati austriaci. Abito a Feldkirchen. Anch'io ho combattuto contro gli italiani sul monte Cimon e sullo Stelvio. Ero volontario: allora ci riempivano la testa a scuola di queste cose. Non ho mai odiato gli Italiani e ora li ammiro anche di più: sono contento che abbiate voluto fare la pace.
Pietro Cominotti residente a Odolo.
Ero a casa nel 1915, troppo giovane: avevo 17 anni. Poi con gli Alpini del "Vistù" ho vissuto l'epopea dell'Ortigara. Rivedere i tedeschi dopo tanto tempo mi ha fatto piacere. Se noi ci siamo odiati non è colpa di nessuno. Ora siamo amici ed è bello. Sono sicuro che sono contenti anche i miei amici che sono rimasti lassù con le scarpe al sole.

Tra le due guerre l'Italia conosce il regime dittatoriale fascista di Benito Mussolini

Seconda Guerra Mondiale (1940 e segg.)
Dopo vent'anni di pace relativa inizia un'altra terribile guerra: la Seconda Guerra Mondiale il cui ricordo è ancora vivo e bruciante nei superstiti. A Bagolino la popolazione soffre i dolori, i disagi e le privazioni che sempre accompagnano tristi eventi.

 


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